Associazione Sportiva Dilettantistica

Martiri di Pietralata
Associazione Sportiva Culturale A  Scuola

 Le attività sportive e culturali ricominciano il 19 settembre 2011-Le iscrizioni e informazioni  dal 12 settembre 2011 dalle ore 17 alle 19,30 

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                                                                        Fossa Comune di Rebibbia                                                                     Lapide dei Martiri di Pietralata

Il 20 ottobre 1943, mentre l'oppressione nazista si faceva sempre più feroce, a quattro giorni dal rastrellamento del ghetto diretta da Kappler quando 1022 ebrei furono deportati, una quarantina di Partigiani che avevano le basi nei quartieri popolari di Pietralata e San Basilio, assaltarono la caserma adiacente al Forte Tiburtino.Loro, e qualche civile che li accompagnava, tutta gente del luogo, volevano impadronirsi di armi, viveri e medicinali abbandonati dai militari italiani l'8settembre.

A guardia c'era uno sparuto reparto tedesco, il cui comandante reagì bloccando l'ingresso, sparando con armi leggere e chiedendo rinforzo. Un paio di plotoni di SS furono inviati a cogliere i partigiani alle spalle. Dopo un breve e impari combattimento che procurò alcuni morti anche tra le SS., i Partigiani dovettero ripiegare, ma 22 restarono prigionieri. Fatti sfilare, legati l'uno all'altro, lungo una strada della Borgata di Pietralata, 3 riuscirono a liberarsi e fuggire, gli altri vennero rinchiusi nel castello della tenuta di Casal dè Pazzi, nel pressi di Montesacro. Restarono nel cortile tutta la notte, sotto la minaccia di due mitragliatori.

Trasferiti la mattina del 21 nel grande edificio della tenuta Talenti, che si affaccia sulla Nomentana, subirono un breve processo, senza essere interrogati. Basato soltanto su alcune deposizioni deimilitari germanici, in tedesco, senza interpreti.Non fu nemmeno detto loro, o non capirono, che dieci, scelti a caso, erano stati condannati a morte dal tribunale militare.Furono tutti riportati a Casal dè Pazzi e rinchiusi, 10 in una cantina del castello, 9 in uno stanzone a piano terra. Nel pomeriggio, questi vennero fatti salire su un autocarro scortato da una squadra motorizzata di SS e condotti, percorsa la strada Casal dè Pazzi, nella zona di Rebibbia. Giunti al di la della prominenza del terreno, a lato della via Tiburtina, furono muniti di attrezzi e costretti a scavare una fossa lunga 3 metri e larga 2, profonda più di unmetro.

I militari tedeschi dissero che sarebbe servita per costruire uno sbarramento anticarro corredato da una mina, e poiché il terreno era pietroso, fecero esplodere alcuni candelotti di dinamite per facilitare il lavoro che peraltro durò fino a notte fonda illuminato da torce elettriche. Scavata la fossa, i nove prigionieri furono ricondotti nel castello di Casal dè Pazzi. All'alba del giorno successivo, gli altri 10 Partigiani furono fatti uscire dalla cantina e salire su un autocarro, bendati, legati i polsi dietro la schiena, scortati da SS e da militi collaborazionisti della PAI "Polizia Africana Italiana". L'automezzo venne fatto sostare a un centinaio di metri dalla fossa e i prigionieri spinti a camminare uno per volta, sempre bendati e legati, scortati da un soldato tedesco e uno della PAI, al di là della prominenza del terreno, sul luogo dell'esecuzione celato alla vista della strada. A bordo dell'automezzo, in attesa di scendere, c'era un ragazzo quattordicenne, Guglielmo Mattiocci, che era stato catturato con una bomba a mano tedesca infilata nella cintura dei pantaloni che portava corti sopra il ginocchio. Era l'unico cui erano stati tolti la benda dagli occhi e i legacci ai polsi. Indossava un paio di stivali di cuoio lucido nero, da Ufficiale dell'Esercito Italiano, in ottimo stato. E proprio quegli stivali avevano destato l'interesse di un soldato delle SS durante il tragitto.

Su suggerimento di un milite della PAI il ragazzo se li sfilò e li offrì al militare tedesco. Questi prese gli stivali e gli risparmiò la vita spingendolo infondo all'autocarro. Scorse un ciclista che stava pedalando lungo la strada, scese dal camion, gli ingiunse di alzare le mani puntandogli il fucile, o bendò, gli legò i polsi e lo condusse al posto del ragazzo. Completò così il numero di coloro che dovevano essere soppressi.

Uccisi i dieci prigionieri, coperta di terra la fossa, le SS vi infilarono un pezzo di miccia, facendone uscire un

tratto per scoraggiare chiunque ad avvicinarsi a quella che volevano sembrasse una mina pronta ad esplodere. Solo dopo qualche giorno il comando germanico fece affiggere i manifesti che annunciavano

l'esecuzione di "dieci comunisti condannati a morte dal tribunale militare perché appartenenti ad una banda che aveva aperto il fuoco contro le truppe dell'esercito tedesco". Comunicato riportato da "il

Messaggero" il 29 ottobre. Guglielmo Mattiocci, il ragazzo scampato alla morte, fu ricondotto scalzo nel castello di Casal dè Pazzi e la sera, con gli altri 9 Partigiani, trasferito a Regina Coeli, dove sarebbero rimasti fino al 4 gennaio del 1944, per essere deportati, quel giorno, su un carro bestiame piombato, in un lager tedesco con 470 patrioti detenuti nei luoghi di segregazione romani.

Dei 10 Partigiani rimasti il 20 ottobre 1943, 4 non ressero alle privazioni, 6, con Mattiocci riuscirono a ritornare a Roma, allucinai e scheletriti, qualche mese dopo la fine della guerra.

Dalle loro descrizioni i Carabinieri riuscirono a trovare il posto dove erano stati condotti i Partigiani da uccidere, e qui, scoprirono la fossa comune,

Furono identificate le 10 vittime, e anche quella dell'uomo in bicicletta nonostante fosse privo di documenti. I nomi incisi sulla Lapide che gli abitanti di Pietralata,San Basilio e Tiburtino Terzo collocarono il 16 febbraio 1947 sono: Orlando Accomasso di 30 anni,Andrea Chialastri 37 anni,Lorenzo Ciocci anni 19,Mario De Marchis anni 22,Giuseppe Liberati anni 20,Angelo Salsa anni 18,Marco Santini anni 39,Mario Splendori anni 38,Vittorio Zini anni 36 e quello del passante Fausto Iannotti di età imprecisata.